“MARTIRIO DI ROMERO DA VIVO E DA MORTO”. Papa contro Calunnie di Vescovi! Cristiani Massacrati da Comunisti e Jihadisti

di Carlo Domenico Cristofori

«Quel giorno al posto di Romero dovevo esserci io sull’altare. Il killer non conosceva di persona Romero e aveva l’incarico di sparare al celebrante. Se ci ripenso, tremo ancora. Ma è come se lui mi avesse associato al suo martirio. Lo considero un monito della Grazia a vivere come ha vissuto Romero».

Jesús Delgado è un sopravvissuto. Vicario generale dell’arcidiocesi di San Salvador, 77 anni, è stato il segretario personale del beato Óscar Romero, l’arcivescovo salvadoregno ucciso da un sicario il 24 marzo 1980 mentre celebrava Messa nella cappella dell’ospedale della Divina Provvidenza dopo essersi opposto alla violenza del regime militare e schierato a fianco dei poveri.

Lo ha raccontato il 14 ottobre 2015 il giornalista Antonio Sanfrancesco in una superlativa intervista che, una volta per tutte, sgomberò il campo dalle polemiche sui contrasti tra il vescovo del pueblo, accusato dal regime e da una parte delle autorità ecclesiastiche sudamericane di essere comunista, ed il Papa Giovanni Paolo II, che lo avvertì proprio sulle insidie dell’ideologia marxista.

Contrariamente a quanto riferito da altri seminatori di discordia del Vaticano e dello stesso settimanale cattolico in un altro articolo, tra i due ci fu una tensione iniziale superata con una rappacificazione tanto che persino un noto quotidiano di sinistra come Repubblica sentenziò che “Non fu Wojtyla a osteggiarlo”.

Ci piace cominciare da questo racconto per celebrare la Giornata dei Martiri Cristiani che sarò impreziosita da un dovizioso speciale dell’Agenzia Fides delle Opere Missionarie Pontificie sul massacro di catechisti nel mondo, figure raramente celebrate con la stessa enfasi dei consacrati uccisi ma anche loro in molti casi beatificati per il loro eroico sacrificio in nome di Gesù Cristo Morto e Risorto.

I NEMICI DI OSCAR ROMERO TRA I VESCOVI 

«Di nemici Oscar Romero, il vescovo salvadoregno ucciso il 24 marzo del 1980 mentre celebrava messa su un altare nella cappella di un ospizio per anziani a San Salvador, ne aveva tanti. Molti fra i suoi confratelli vescovi. Molti in Vaticano, fra prelati ossessionati dal suo presunto filo marxismo e invidiosi dei suoi successi di popolo. Ma ciò che non si è mai detto fino in fondo è che fra questi non si possono in nessun modo annoverare i due Papi che, da lontano, lo seguirono nella sua difficile epopea: Paolo VI e Giovanni Paolo II. È quanto si evince dai documenti, fino a oggi inediti, contenuti nella causa di beatificazione che ora, grazie a Francesco, è stata definitivamente sbloccata. Un materiale prezioso di cui si è avvalso Roberto Morozzo della Rocca in “Oscar Romero. La biografia”, edita da San Paolo» scrisse con varie citazioni di aneddoti, Paolo Rodari su Repubblica il giorno prima della beatificazione di Romero proclamata da Papa Francesco il 23 maggio 2015,

Proprio Wojtyla nel marzo del 1983 quando visita El Salvador in piena guerra civile pregò sulla tomba del vescovo malgrado il divieto del governo per “motivi di ordine pubblico”.“Dentro queste mura – spiegherà il papa – riposano i resti mortali di monsignor Romero, zelante pastore che l’amore di Dio e il servizio ai fratelli portarono fino al sacrificio della vita in forma violenta, mentre celebrava il Sacrificio del perdono e della riconciliazione”.

Monsignor Delgado, nel 2015 venne  in Italia per presentare il volume La chiesa non può stare zitta – Scritti inediti 1977-1980 (Editrice Missionaria Italiana, 13 €, prefazione di Vincenzo Paglia) nel quale ha raccolto le lettere pastorali di Romero.

«Era un lunedì. Romero il giorno prima aveva pronunciato un’omelia molto dura contro il regime militare. Per evitargli stress ulteriore e le domande dei giornalisti lo consigliai di prendersi una giornata libera e che io avrei preso tutti i suoi appuntamenti» racconta l’amico e segretario del vescovo indugiando sul cambio di programma che gli salvò la vita. «Aggiunse: “Vada alla cappella dell’ospedale della Divina Provvidenza e inizi a celebrare la Messa, la raggiungo e celebriamo insieme”. Stava per andare via e tornò indietro: “Meglio di no, non voglio impegnarla in questo, la Messa stasera la celebro io”».

Lì il vescovo di San Salvador fu ucciso da un sicario di mandanti politici e malavitosi dopo che «purtroppo il clima attorno a lui era diventato molto pesante». Anche per le tensioni interne alla Chiesa stessa sul suo esuberante carattere ben tratteggiato dal suo vicario Delgado fin dal. primo incontro, nel 1978, tra Romero e Giovanni Paolo II. 

IL MONITO SGRADITO DI WOJTYLA: “ATTENTO AL COMUNISMO”

«Wojtyla era stato eletto da poco. Al termine dell’udienza generale in piazza San Pietro, Romero si presentò al Papa dicendo di essere arcivescovo di San Salvador e il Papa con il dito alzato gli disse: “Fai attenzione con il comunismo!”. Romero subito si agitò e poi rispose subito: “Sì Santo Padre, capisco la sua preoccupazione ma devo dirle che il comunismo in Salvador non è lo stesso che in Polonia. Nel mio Paese accusano di essere comunista anche chi parla della Dottrina Sociale della Chiesa”. E Wojtyla aggrottò le ciglia, evidentemente insoddisfatto della risposta. Romero dopo quell’incontro ebbe un’impressione negativa: “Sento che con questo Papa non m’intenderò molto”, mi disse, “è molto diverso da Paolo VI”. Io gli dissi: “Piano monsignore, è appena diventato Papa, non conosce bene l’America Latina. Dobbiamo pregare per lui”».

 Un murales in memoria di Romero

«Cinque mesi più tardi dovevamo venire in Francia. Io gli dissi di andare anche a Roma perché non si può andare in Europa senza passare da Roma. E Romero disse: “Questa volta non ci vado, non m’intendo con questo Papa”. Vorrà dire, gli dissi, che nella sua biografia scriverò un capitolo sul rifiuto di andare a Roma e incontrare il Pontefice. Un’ora dopo mi disse di cambiare il biglietto» ricorda sorridendo il testimone di quel successivo incontro che avvicinò il Papa, anch’egli ben conscio delle persecuzioni dei regimi di destra per aver vissuto l’occupazione Nazista della Polonia prima di quella Comunista. 

«Il Pontefice lo incoraggiò e gli disse di andare avanti e che avrebbe pregato per lui che era il vicario di Cristo per il popolo di San Salvador. Una sintonia suggellata quando Giovanni Paolo II nel gennaio 1979 arrivò a Puebla, in Messico, per inaugurare la riunione dell’episcopato latinoamericano».

Ciò non fu sufficiente a sopire le ostilità di alcuni cardinali che perduravano da anni. Nonostante fosse un «pastore buono, pieno di amore di Dio e vicino ai suoi fratelli che, vivendo il dinamismo delle beatitudini, giunse fino al dono della sua stessa vita, in modo violento, mentre celebrava l’Eucaristia, Sacrificio dell’amore supremo, suggellando con il suo stesso sangue il Vangelo che annunciava» come lo descrisse Papa Francesco.

LA PERSECUZIONE POST MORTEM 

«Romero subì un ostracismo ecclesiale notevole, che molto lo fece soffrire. Il 14 dicembre del 1978 si presentò improvvisamente a San Salvador, senza che Romero fosse nemmeno avvisato, il vescovo argentino Antonio Quarracino inviato come visitatore apostolico dalla Congregazione per i Vescovi, cioè dal cardinale Sebastiano Baggio. Influenzato da parte dell’episcopato salvadorgeno che invidiava il successo di popolo di Romero, Baggio voleva di fatto destituirlo. Romero subì in silenzio. Ma dopo che Giovanni Paolo II incontrò Romero a Roma, di colpo l’ostilità di Baggio mutò. Il giorno dopo l’udienza Romero passò dal prefetto dei vescovi che, scrive Morozzo della Rocca, lo attendeva “con cordialità”. Improvvisamente aveva smarrito quella severità che gli aveva dimostrato in occasioni precedenti» riferì Repubblica sulla base del libro di aneddoti. (continua a leggere)

L’INCHIESTA SU ROMERO E SUI MISSIONARI TRUCIDATI DA COMUNISTI E JIHADISTI PROSEGUE SU GOSPA NEWS